Siria, nel deserto il monastero del dialogo
Dialogo, preghiera, ospitalità e lavoro. Quattro semplici parole ma cariche di significato, per la comunità di gesuiti del Deir Mar Musa el-Habashi, il monastero di San Mosè l’Abissino. Alla fine di un lungo percorso roccioso, su una vallata tra le montagne siriane, a oriente di Nebek e un’ottantina di chilometri a nord di Damasco, si affaccia quella che fu nel VI secolo dimora del figlio di un re di Etiopia. Quel figlio di re, che rifiutò onori e ricchezze per guardare al ‘regno di Dio’.
Gli affreschi del XII° secolo rischiavano di andare perduti e con essi un po’ tutta la magia di questo luogo, che ha conosciuto anche gravi momenti di decadenza ed abbandono totale. Niente alberi o cespugli, siamo nel pieno del deserto, dove l’ampiezza dello spazio e del tempo viene interrotta solo dalla roccia e scandita dal tintinnio delle campanelle attaccate al bestiame girovagante. Simbolo di pace e di confronto fra Oriente ed Occidente, alle porte di quell’Iraq tanto martoriato, oggi, questo monastero si interpone come un miraggio fra due culture solo in apparenza molto lontane. Qui si predica la legge dell’amore, si prega, si medita, ma soprattutto si lavora.
Grazie al Deir Mar Musa, infatti, sono molte le famiglie locali che hanno avuto un’abitazione. Il senso della comunità e dell’ospitalità ‘abramitica’ da queste parti è molto sentito. Le valli del monastero sono sempre state percepite come una sorta di oasi di rara bellezza, proprio perché quasi immuni ai problemi dilaganti nel territorio nei dintorni. Desertificazione, aumento esponenziale della popolazione, inquinamento e guerra del Golfo hanno reso il Deir Mar Musa un rifugio sicuro sotto tanti aspetti.
E quella che ad oggi rappresenta una sorta di check-point per l’integrazione culturale, mira anche a valorizzare gli splendidi paesaggi abitati. Tutti, infatti, lavorano alacremente al Deir Mar Musa per creare una zona ambientale protetta, un giardino della biodiversità, a cominciare dalla trasformazione del mucchio di rifiuti sulla strada per arrivare al convento. Monaci, ospiti e dipendenti continuano ad impiegare le loro energie per costruire abitazioni di tipo tradizionale e garantire un’ospitalità anche al femminile, lasciando così l'edificio antico alle attività comuni.
R. S.
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