La Panarda d’Abruzzo
In collaborazione con il portale americano www.gourmetcookingandliving.com
Potrebbe sostituire degnamente le numerose portate da sempre previste nei menu natalizi delle famiglie italiane. E’ il più alto momento di convivio dell’Abruzzo, la Panarda il rito gastronomico regionale per eccellenza. Una tradizione culinaria di lunga data, legata all’abbondanza. Consiste, infatti, in un banchetto costituito almeno da quaranta portate, ma si può arrivare anche fino ad una sessantina di pietanze, compreso il ricco buffet di dolci tipici del luogo.
Nota sin dai tempi del poeta Gabriele D’Annunzio, pescarese di nascita, la Panarda rientra tra quelle usanze secolari, non contadine ma al contrario nobiliari, che oggi danno colore e consegnano l’immagine del passato in un contesto molto particolare. Unica nel suo genere, infatti, questa carrellata ininterrotta di portate rappresentava l’unico momento d’incontro tra i signorotti di un tempo e il popolo affamato, una sorta di schiaffo alla provvidenza, ma, soprattutto, ha marcato il territorio abruzzese più di ogni altro. Si conosce, infatti, qualcosa di simile in Molise, per la Festa di San Giuseppe, il 19 marzo, o in provincia di Rieti per le gite fuori porta della domenica, ma nulla che possa eguagliarla quanto a storia e tradizione.Ricevere un invito per una Panarda, poteva significare grande sacrificio per l’ospite che non doveva mai abbandonare i commensali fino alla fine, pena la sventura per tempo immemore. Declinarlo, invece, poteva significare addirittura pagare col sangue. Il padrone di casa che formulava l’invito, infatti, poteva prenderlo come un affronto, un’offesa a cui porre rimedio finanche con una sfida a duello. Si narra che lo stesso poeta D’Annunzio, un giorno, ne ricevette uno e per non urtare la suscettibilità di chi lo aveva voluto al suo tavolo di Panarda, si finse gravemente malato.
L’origine del nome sembra derivi da due vocaboli del latino medievale, pane e lardo. Un tempo, ogni portata veniva scandita da un colpo di cannone, oggi, invece, a risuonare per ogni piatto c’è un battito di tamburo, alternato da momenti di folklore e stornelli improvvisati. Col passare degli anni, questa tradizione è stata messa in atto solo per eventi davvero speciali, come matrimoni, nascite di figli, etc. etc.
Tra i piatti più apprezzati: li bummalitte (lumache di mare), il siluro ai profumi dell’Adriatico (spaghetti col pesce in un cartoccio gigante a forma di siluro), la “fracchiata” una polentina di cicerchia (legume tipo lenticchia), le ventricine di Guilmi e di Crognaleto (tipo di salume), i ravioli dolci e salati, i formaggi abruzzesi (giuncata, tomino, il caciocavallo, il pecorino), le scrippelle ‘mbusse (crepes salate antecedenti anche alle più note crepes francesi), il “bastardone” peperone della zona fritto, la coratella e le mazzarelle (interiora di agnello avvolte in foglie di verdura). Aiutano a portare a termine l’ardua avventura a tavola i decotti digestivi a metà menù ed il brodo grassissimo di gallina, in grado di creare una patina protettiva per lo stomaco. I partecipanti ad un tavolo di Panarda devono essere minimo 30 e massimo 70. Il costo si aggira attorno ai 150 euro per persona.
Ma le vera novità, annunciate dalle istituzioni locali, per restituire all’Abruzzo l’identità culturale di questo evento sono: che il Comune di Città Sant'Angelo, uno dei borghi più belli d’Italia, si candida a diventare “città della Panarda”, e che, da gennaio 2010, sarà possibile prenotare una sua rievocazione storica, sul sito www.panarda.it.
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