Il complesso medioevale scampato al terremoto
“Credevo che non avrebbe retto alle scosse e invece sabato scorso (ndr 11 aprile) mi sono immerso ed era ancora tutto in piedi”. Racconta così il suo stupore, davanti al complesso medioevale sommerso nel lago di Capo d’Acqua, Dante Cetrioli, presidente dell’Associazione Scuola Sommozzatori Atlantide de L’Aquila, sopravvissuto anche lui al terribile terremoto che ha colpito l’Abruzzo. Il sisma ha lasciato le sue tracce in tre punti, fortunatamente però poco rilevanti per la struttura nel suo insieme.
Il lago, di proprietà privata ed in gestione esclusiva dell’associazione sportiva, si trova a Capestrano, nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, immerso in una natura incontaminata di vasto interesse archeologico per di più. Un esempio è il noto “Guerriero” di Capestrano, scultura di pietra del VI secolo avanti Cristo, rinvenuta nella necropoli dell’antica città di Ofena.
Risale, invece, alla seconda metà degli anni ’60, la necessità di creare una riserva idrica nella zona per irrigare i terreni circostanti. Oggi, infatti, l’invaso è utilizzato anche per alimentare una centrale idroelettrica, vista le numerose sorgenti, in superficie e sommerse, che lo nutrono, gli stessi corsi d’acqua che un tempo, unendosi, formavano il fiume Tirino.
I due Mulini ed il Colorificio, che ancora permangono per i visitatori subacquei in possesso di qualsiasi tipo di brevetto, costituiscono un complesso davvero sorprendente. Quest’ultimo è ancora visibile in superficie, mentre i due mulini si trovano sommersi, in buono stato di conservazione. Il primo, in realtà, è quello nelle peggiori condizioni, anche se mostra ancora le pale che azionavano le macine, conferendo a tutta l’area un fascino particolare. Il secondo, invece, è la struttura più bella e affascinante con diversi ambienti tutti visitabili.

Ma la particolarità vera di questo posto è l’ottima visibilità del lago, per sua natura sorgivo, a 300 metri sul livello del mare. Si riesce a vedere fino a circa 40 metri di distanza, una flora lacustre molto particolare, propria degli ambienti di quota come questo, e una fauna altrettanto tipica. Consistente risulta, infatti, la popolazione di Trote Fario, mentre fino a qualche tempo fa era presente anche una considerevole colonia di gamberi di fiume, oggi sterminata dalla pesca massiva.
Un paesaggio che incanta e profonde mistero, insomma, caratterizzato da alberi, abitazioni, manufatti vari e addirittura strade antiche. Non è facile immaginare l’atmosfera fantastica suscitata da un habitat come questo, in grado di resistere anche alle ribellioni della natura.
La Redazione
Le foto sono di Denis Palbiani
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