Il nuovo modello di paranza di San Benedetto del Tronto
È in scala 1:10, lungo un metro e sessanta, largo cinquantacinque centimetri, con il pennone che arriva a due metri e sessanta di altezza. Costruito in cinque mesi di intenso lavoro, con i materiali originali, rovere e larice, e con l'armo latino dotato di tutte le manovre funzionanti. E’ il grande modello di paranza, completato per il nuovo Museo della Civiltà Marinara delle Marche, a San Benedetto del Tronto.
In particolare, per la ricostruzione delle forme e dei dettagli, il maestro Penzo si è avvalso degli scarni appunti degli ultimi testimoni oculari ancora viventi, ma soprattutto delle immagini d'epoca, a riprova dell’esistenza di manovre particolarmente difficili oltreché pericolose. Un esempio può essere l’arrivo a vela in spiaggia, virando e sollevando velocemente un timone di cinque metri di altezza, o l’arrampicarsi come scimmie su un'antenna lunga fino a venticinque metri, per sollevare e raccogliere a mani nude la spessa tela irrigidita dal sale.
Una curiosità: nella riproduzione sono stati ripetuti anche i vari rituali rispettati dai maestri d'ascia per allontanare la malasorte. Come gli occhi scolpiti sulla prua, i simboli sacri dipinti sulle aste, la moneta sulla ‘scassa’ dell'albero e la ‘pessa benedetta’, l'ultima parte di fasciame che prima di essere messa in opera veniva portata in chiesa per la benedizione.
E’ utile sapere, infine, che le paranze erano diffuse in tutto il medio e basso Adriatico, simili ai nostri trabaccoli, quindi con carena tonda, lunghe dagli otto a quindici metri, pesanti fino a cinquanta tonnellate. Sembra, inoltre, che il nome derivi da ‘paro’, cioè dall'usanza di navigare in coppia rimorchiando la rete a strascico. Il loro destino, però, come per tutti gli scafi tradizionali, è terminato dopo la seconda guerra mondiale, quando hanno ceduto il campo ai moderni motopescherecci.
La Redazione
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