La Nave del vino
Uno dei più grandi relitti di epoca romana oggi conosciuti in tutta l’area del Mediterraneo, è l’antica nave oneraria di Albenga. Siamo nel Golfo della Riviera ligure di ponente, davanti al centro storico più suggestivo e meglio conservato di tutta quella costa, ancora circondato da mura, antiche terme e necropoli, nel quale svettano torri, palazzi ed altre pregevoli architetture medievali. Ma quello che più di tutto ha fatto conoscere Albenga è il ritrovamento, sul finire degli anni quaranta, della più grande nave da carico che abbia mai trovato la fine in quelle acque.
Siamo in pieno dopoguerra e nelle reti dei pescatori, che vivono quotidianamente di mare, s’impigliano per puro caso resti di anfore. Non sono paccottiglie senza valore, ma frammenti di quei 728 contenitori di vino, successivamente rinvenuti integri o quasi, datati I secolo avanti Cristo, con provenienza dalla Campania e diretti verso la Gallia.
La nave ne poteva contenere addirittura fin’oltre diecimila pezzi, tutti accuratamente impermeabilizzati, sigillati e sistemati nella stiva a nido d’ape in modo da assicurare l’immobilità del carico. Tanto per dare un’idea della perdita economica che ha rappresentato il naufragio all’epoca. Oltre a piatti e coppe di ceramica a vernice nera, tipica della zona d’origine, elmi di bronzo ed un corno di animale, la cui testa probabilmente era usata per decorare la prua della nave con funzione scaramantica, gli studiosi hanno ritrovato addirittura un pugno di nocciole risalenti a oltre duemila anni fa, che i marinai non fecero neppure in tempo a mangiare.
La meraviglia di questa scoperta si comprende ancora meglio se si pensa che da lì tutto è iniziato, nel mondo dell’archeologia subacquea. “La nave del vino” di Albenga è stata, infatti, il primo vero banco di prova di esperimenti, studi tecnici e teorie, sotto la vigile direzione del professor Nino Lamboglia, che hanno segnato la nascita di una nuova disciplina scientifica, a tutela dell’immenso patrimonio conservato sott’acqua. La prima vera operazione di un recupero di tal genere mai tentata prima. Tant’è che, sulla base di questa esperienza, si costituì proprio nella cittadina ligure il primo Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina.
Tutto il materiale recuperato è oggi esposto, a disposizione dei visitatori, nelle sale dell’antico palazzo Peloso Cepolla, proprio di fronte all’imponente cattedrale di Albenga, in quello che è divenuto il Museo Navale Romano del comune. E’ qui che è possibile anche leggere le pagine di quel diario di scavo del 1950, a bordo della nave Artiglio, famosa in tutti i mari del mondo, che ha costituito i prodromi della moderna archeologia sub. E intanto il relitto della nave delle anfore vinarie, lunga oltre 40 metri e larga 10, giace ancora sul fondo del mare prospiciente l’Isola Gallinara. A 1400 metri circa di distanza dalla costa e 42 di profondità, resta lì, in attesa che ogni anno nuovi turisti subacquei la vadano a visitare durante la Settimana dei Beni Culturali.
Info: per il calendario delle visite guidate al relitto, www.archeoge.arti.beniculturali.it
Museo Navale Romano, tel. 018251215, e-mail
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Ingresso dal martedì alla domenica
In collaborazione con Alessandro Tagliapietra di Argo, Associazione di Ricerche Subacquee di Venezia
La Redazione
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