La piccola Venezia o la grande Chioggia...
Se fermandosi a Chioggia, con guida alla mano, si esclamasse: “Com’è bella, sembra una piccola Venezia!”, e magari un chioggiotto lo sentisse, con il suo tipico accento dalle vocali allungate, preciserebbe subito: “ma varda che xè Venessia la grande Ciòsa”! (ma guarda che è Venezia la grande Chioggia!).
Leggendo la storia, in effetti, è nata prima questo borgo di mare che Venezia. Bisognerebbe quindi cambiare i contenuti di quelle guide turistiche che la descrivono come la Serenissima in miniatura.
Va anche detto che non è mai corso un buon sangue fra le due popolazioni. I veneziani, nobili signori che imponevano la loro autorità, mentre i “ciosoti” (chioggiotti), umili pescatori e agricoltori ma abilissimi lavoratori in acqua e nei campi. A testimoniare questa reciproca antipatia è il piccolo leone di marmo posto sopra la colonna a piazza di Vigo. Un leone un po’ malconcio, con le sembianze più di un gatto che di un re della foresta, realizzato forse a buon prezzo da qualche anonimo scultore. Ebbene, questo “leone” ha assunto l’appellativo del “gato de Ciosa” (il gatto di Chioggia). I giovani signorotti veneziani, per schernire gli abitanti, arrivavano furtivamente con le barche a piazza Vigo, lasciavano le lische di pesce sotto la colonna per poi scappare, inseguiti dai furibondi chioggiotti sempre pronti a “baruffare”. E’ così che Goldoni li descriveva nelle sue commedie.
Ma chi si ferma qui è rapito da un’atmosfera particolare, fatta di luci, colori e odori unici nell'Alta Italia. Con le sue calli, la sua gente, i suoi ristorantini che mettono allegria. Una passeggiata per il corso del Popolo e già ci si sente in festa. La sua laguna, poi, è inconfondibile. Mille chilometri di canali navigabili, uno dei primi porti commerciali per la pesca, con quasi 500 pescherecci, secondo solo a Mazara del Vallo. Chioggia è formata da quattro isole collegate da 13 ponti. Il ponte di Vigo è più antico del famoso ponte di Rialto a Venezia.
Ci sono costumi e consuetudini davvero singolari, tramandati da generazioni.
Ad esempio, esistono centinaia di cognomi e nomi uguali, tanto che questo è l'unico comune dove la carta di identità indica “detto....” con un terzo appellativo, per distinguere “Tiozzo Marco detto el Celin” da “Tiozzo Marco detto el Tosato”, o ancora da “Tiozzo Marco detto el Celin de San Vio” etc.etc.
Ci sono le osterie per soli uomini o per sole donne. Basta addentrarsi nelle strette calli di Chioggia, per sentire dappertutto il profumo di pesce, appena pescato o dalle cucine che si affacciano sulla strada.
Qui, il mercato all'ingrosso è internazionale. Per la vendita, si procede con “l'asta ad orecchio”, un metodo antichissimo ancora in uso. Il compratore si avvicina al venditore e gli suggerisce il suo prezzo in un orecchio. Il venditore attende altri quattro, cinque compratori che propongono la loro offerta, sempre sussurrandola all’orecchio. Alla fine, chi offre di più si porta via il pesce.
Nel mare di Chioggia la fanno da padrone le alici, le sogliole, le cannocchie, i polipi, i granchi e le acquarelle. Ma il 95% del mercato è dedicato alle vongole, ritirate dai punti di allevamento con apposite casse trascinate dai pescherecci che procedono in “retromarcia”. Le vongole vengono “seminate” 18 mesi prima, un ettaro di mare ne produce 200 quintali. Attualmente sono una ventina le cooperative di allevamento che operano in questa laguna.
La consegna di tutto il pescato viene effettuata entro la mattinata. Le vongole durano in casa al massimo 5 giorni, anche se l’ideale è consumarle entro 3, ma l’etichetta è fondamentale. Contiene, infatti, i dati del produttore e la data di insaccamento.
Pensate che le vongole vengono vendute dai pescatori a 2 euro e mezzo al chilo, mentre al consumatore arrivano anche a 12 euro. “Troppa differenza - sostengono gli stessi pescatori – E’ un’ingiustizia!”.
Negli anni ’50 Chioggia era ancora una povera cittadina, ora si è riscattata. Tuttavia i chioggiotti sono ancora “genuini”, le “baruffe” le fanno fra di loro, ma i “foresti” (gli stranieri) sono comunque ben graditi, purché allegri e di certo non con la “puzza sotto il naso”, o almeno così dicono.
Maurizio Drago
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