La strada nascosta nella laguna del sale
Alte dune bianche di sale, mulini, canneti mossi dal vento, il mare nelle vicinanze e quattro isolotti verdeggianti con piante tropicali e uccelli migratori. E’ il quadro proposto dalla laguna dello Stagnone, la riserva naturale più grande della Sicilia, a pochi chilometri dal centro di Marsala, in provincia di Trapani, nel tratto compreso tra Capo San Teodoro e Capo Lilibeo.
Sin già dall’età dei Fenici, dalle vasche artificiali create sulla costa e ancora perfettamente funzionanti, si estraeva il sale. Una semplice ma preziosa miscela di acqua, sole e vento faceva ottenere ai popoli antichi, come alla gente dei giorni nostri, ‘l’oro bianco’ di Sicilia. Ma la vera particolarità di questa laguna, nata in realtà solo di recente a causa di movimenti sabbiosi e correnti sottomarine, è la scarsa profondità delle sue acque, che non superano mai i due metri, ma che, per la forte presenza di venti, sono luogo prediletto dei serfisti.
Della Riserva oggi fanno parte Santa Maria, l’isola a forma di laccio, Schola antica sede di una scuola di retorica, l’Isola Grande, dal profilo allungato, nata dall’unione di due isolotti rocciosi grazie forse all'allargamento dei depositi di sale, e per finire Mozia, antica colonia fenicia di sagoma circolare.
Solo poche centinaia di metri la separano dalla terraferma. Un tempo, invece, vi era collegata tramite una strada oggi totalmente sommersa, anche se visibile e percorribile nei periodi di bassa marea. Diversamente, bastano solo 15 minuti sui tipici barconi del luogo, per raggiungere questo vero e proprio museo all’aria aperta fatto di resti di mura, scale, abitazioni e mosaici, oltre al Cothon, raro esempio di porto artificiale punico, e al Tophet, l’area dei sacrifici. Oggi il Museo Whitaker raccoglie tutti i reperti della zona e conserva la statua greca a grandezza naturale del Giovinetto in Tunica, del V secolo a.c.
La ‘strada sommersa’, però, è ciò che incuriosisce di più studiosi e visitatori. Essa rimane molto conosciuta per due motivi differenti: la sua presunta antichità e al contempo la sua speculare “modernità”, dovuta al fatto che è stata utilizzata, fino ad epoche recenti, per il trasporto dell’uva dall’isola ai palmenti di contrada Birgi, con i tipici carretti siciliani trainati da muli. In realtà, all’estremità della strada in questione risultano, da recenti campagne archeologiche, due enormi banchi di sedimento sabbioso che fanno pensare, più che altro, ad una sua funzione di vera e propria diga artificiale, in grado di arginare le correnti e proteggere l’antico approdo, con annessa banchina di carico e scarico merci. Prende corpo, quindi, l’idea che questa strada non servisse solo da ‘ponte’ di collegamento, ma che avesse un preciso scopo strategico già da tempo immemore.
In collaborazione con Argo, Archeologia Subacquea Venezia.
La Redazione
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